Soli soli soli

A volte mi capitava di passare il pomeriggio con mio nonno, il papà di mio papà. Mia madre mi lasciava a casa sua, di strada per andare a lavorare, e prima di uscire insieme a lui per sbrigare l’ordinaria amministrazione di un preside in pensione, curiosavo per la casa in cerca di qualcosa da fare. Già allora non era più luogo per bambini da tanto tempo, l’austera scrivania in mogano al centro della casa non avrebbe mai smesso di farmi soggezione: libri e timbri, tagliacarte, portapenne, appunti scarabocchiati, fogli sparsi dappertutto. Mi sedevo su quella sedia e diventavo grande, serio; quel groviglio di oggetti però mi faceva anche sentire triste e solo. Eppure, come a ricalcare una specie di destino, scrivanie come quella del nonno avrebbero solcato – attraverso diverse tappe – tutta la mia vita…

Poi passavo in rassegna il salotto, cinque minuti di maccheronica performance al pianoforte – le prime 7 note della storica sigla Barilla – il balcone con i vasi e gli arnesi per potare, infine la libreria. Alzavo la testa più che potevo, imponente e severa, avevo la sensazione che si richiudesse su di me e nella penombra del soffitto, credevo non finisse più. Ci arrivavo in silenzio, di soppiatto, con la riverenza e l’ossequio che si deve ai luoghi sacri. Erano libri molto vecchi, dalle copertine essenziali e le rilegature solenni, pagine ingiallite, stampe oggi vecchie di due secoli verso le quali, tuttavia, ero magneticamente attratto. Amavo sfogliare velocemente tutte le pagine e avvertire l’aria sul viso, liberarne l’odore, come se quel gesto potesse trasferire il contenuto del libro dentro di me, in pochi istanti. Cominciai a capire che un mondo e una vita non mi sarebbero bastati a contenerli tutti.

Al momento di uscire riprendevo in mano i miei sette anni e si rinnovava la sfida col nonno che scendeva i sei piani del palazzo in ascensore e me, che trotterellavo giù per le scale per anticiparlo. E dico, non ne ho mai persa una!

Come filavo, incrociavo spesso qualche conoscente o ex allievo del nonno che mi salutava sorridendo – avendo assistito alla scena altre cento volte – c’era chi m’intimava di andare piano, gente colta di soprassalto saltava dalla paura, chi restava impassibile osservando la scena. Otto piani di cemento, tre appartamenti per piano, ci abitava molta gente, la più disparata; all’epoca anche noi abitavamo in città, perciò ero abituato ad una vita condivisa con vicini, inquilini del piano di sopra e del piano di sotto. E per quanto la convivenza non fosse sempre facile, devo riconoscere che eravamo tutti topi in trappola, poveri diavoli.

Una vita che aveva i suoi vantaggi nella quotidianità. Finivi il basilico, potevi suonare alla signora Barbarulo senza scendere in strada a comprarlo da Nannina; quando fuori pioveva potevi giocare lo stesso, nella tromba del palazzo o sul pianerottolo, con l’ascensore. Anche se niente eguagliava il vecchio suona il campanello e scappa.

Il mio palazzo aveva un piccolo giardino, ci entravi attraverso un cancello con chiusura a scatto, un’aiuola rialzata al centro e due panchine, una di rimpetto all’altra. Era il teatro dei sogni, dove si consumavano amicizie, litigi, qualcuno anche serio, i primi sguardi arrossiti, una terrazza verso il mondo. Sotto casa mia c’era tutto, in 50 metri. Nell’ordine: Gaetano il tabaccaio, che vendeva anche bombole del gas; ‘Ascia’ il barbiere, al secolo Vito; Tonino il salumiere e Nannina, la fruttivendola. Via Valerio Laspro proseguiva oltre e dopo una curva iniziava a salire verso la mia scuola e poi ancora verso il quartiere residenziale di Via Mennolella e la scuola media dei miei fratelli. Dall’altra parte, quindi scendendo, c’erano immediatamente la biblioteca, la parrocchia dove siamo stati battezzati ed il circoletto, una specie di oratorio di cui ricordo solo puzza di muffa, il tavolo verde da biliardo – per chi ne aveva già viste un po’ nella vita – e le imprecazioni attorno al calcio Balilla. Quest’ultimo sì che fu amore a prima vista… Un amore che vivevo in clandestinità, perché ufficialmente il circoletto non mi era concesso: mamma, infatti, affacciandosi dai vari balconi e finestre della casa, aveva una visuale di circa 270 gradi, ma un angolo buio, proprio quello. Pertanto le mie comparse erano rare, ma sempre di qualità. Continuando a scendere c’era il garage di Saverio, dove papà metteva l’auto e a questo punto, almeno in un verso, il mio mondo finiva davvero. La strada poi scendeva verso il centro e verso il mare.

Ho sempre pensato che il nonno non badasse al fatto di avere un bambino di 7 anni accanto durate le sue uscite pomeridiane. Si camminava per ore, da una parte all’altra della città; in chiesa a seguire la messa, al provveditorato, a fare la spesa, sempre a piedi. Aveva la patente, beninteso, una macchina sua, disponibile in ogni momento, ma ahimè, anche dei trascorsi turbolenti. Ancora oggi si narra di gente ruzzolata fuori dall’auto, mentre lui seguitava a parlare senza accorgersi di nulla (storia vera). In ogni caso, si andava a passo di Walzer. Coppola in testa e giornale sotto braccio, mi teneva la mano, stretta legnosa e letale. E per anestetizzare le torture mi dava a parlare, insegnandomi frasi latine a trabocchetto, “I vitelli dei romani sono belli; Cane nero magna bella Persica; ecc… Mi chiedeva il significato di quelle espressioni, rispondevo letterale e lui scoppiava in risa…

Diverso fu quando in secondo liceo presi il debito in latino. Ma questa è un’altra storia.

Dovessi inseguire indietro nel tempo le radici del mio amore per l’escursionismo, le farei di certo risalire a quelle camminate, mi hanno insegnato ad osservare. Quando le gambe iniziavano a far male – complici la sete e la noia – mi affidai alla curiosità, ai sensi. Com’erano in viso le altre persone? Come vestivano? E le voci? Stridule, dolci, mute? Di cosa odoravano le loro vite? La donna in carriera – bellissima – e quella distrutta e spettinata che fuma nervosamente e parla da sola; il ragazzo in motorino, appena due bottoni di camicia, abbronzatura da metà luglio a febbraio, che mastica la gomma come praticasse sesso orale; e quello coi capelli unti davanti agli occhi, vestito di nero, che ascolta musica in cuffia, guarda per terra e con la mano destra arpeggia una chitarra. Autisti, fiorai, salumieri, macellai, commercianti d’ogni tipo, piantagrane, incameravo tante informazioni e cominciai a comprendere le cose; certo, non in modo assoluto, ma sicuramente quel tanto che bastava per non farmi giudicare le persone a prima vista.

Siamo il risultato delle nostre scelte – ho sentito dire – in verità siamo il risultato della nostra storia e questa storia non è mai illibata, è sempre compartecipata.

È il mondo, il nostro mondo a modellarci e a comunicarci come fare, parlare, mangiare, cambiare, perfino amare.

Ho conosciuto miserabili che hanno speso metà della loro vita a lamentarsi di com’era e l’altra metà a togliersi quelle parole di bocca, una gran faticata. I primi della classe – se glielo chiedi – precisi, puntuali, timorati di Dio. Per me erano rivoltanti, gente arresa dalla nascita, abbracciati alla paura, ignavi, ebbri di rancore. Posso vederli ancora oggi, a nutrirsi d’invidia, a cercare nelle vite altrui un significato alla propria. Quello di immaginarsi altri, di evadere per un giorno – un solo fottuto giorno – per non rimanere in silenzio a pensare, a specchiarsi, per non morire.

Sei mesi prima di andarsene il nonno faceva ancora passeggiate lunghissime, sbrigava le solite faccende, la stessa coppola in testa, il giornale sotto braccio, non aveva mai voluto guidare. Se n’è andato il 17 febbraio, dieci giorni dopo ho preso la patente.

By | 2018-08-02T13:08:03+00:00 agosto 2nd, 2018|Stile|0 Comments

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