Questo articolo non contiene spoiler, ma non per questo si adatta a tutti. Se siete avulsi alla religione, addirittura schivi a qualunque forma di spiritualità, beh, lasciate stare. Questo è ciò che penso – complessivamente – riguardo a Silence, l’ultima fatica di Martin Scorsese. Molti l’hanno definita l’opera omnia del regista americano, qualcun altro crede sia stato un passo falso: troppo lungo, lento, patetico, monocorde e sono esattamente gli opposti di chi invece lo ha adorato. La discriminante? Noi. In questo, come in tutti i film, le mostre, i concerti e ogni altra manifestazione culturale, c’è una predisposizione. A me, ad esempio, è capitato spesso di amare un disco solo dopo numerosi ascolti e quand’è successo, il sentimento era proprio quello della prima volta. Con le questioni di fede è diverso, ma andiamo con ordine.

La storia. Silence nasce con un inganno, o meglio, un fraintendimento iniziale: due padri gesuiti portoghesi, Rodriguez e Garupe, partono alla volta del Giappone alla ricerca del loro padre spirituale, Ferreira, che, secondo alcune testimonianze, sarebbe stato catturato dallo shogunato Tokugawa e in mano a questi avrebbe abiurato il cristianesimo. La missione è molto pericolosa: nel 1600 il Giappone ha dichiarato guerra alla Chiesa di Roma e tutti i cristiani vengono sottoposti ad atroci sofferenze, fino all’abiura, che consiste nel calpestare l’icona del Cristo, ritratta su una mattonella.

Questo preludio, accompagnato dalle atmosfere e da una fotografia similare, ricorda il controverso e anch’esso chiacchieratissimo, The Mission, di Roland Joffè. Qui c’è una prima domanda di senso che mi sono posto, ma che al cristocentrismo europeo suonerebbe come una bestemmia: perché padre Ferreira non dovrebbe/potrebbe aver trovato la pace in un villaggio a Nagasaki e lì essersi stabilito?

Padre Ferreira (Liam Neeson)

Ok ok, è pur sempre Scorsese e la trama non può essere così scontata. Sta di fatto che dopo il primo quarto d’ora ci si dimentica di Ferreira, fino agli ultimi 20 minuti, in cui ricomparirà. Comincia un’altra storia, una missione diversa, dove gli episodi di sacrificio e abnegazione mostrati, farebbero arrossire i più ferventi fra i cristiani. Con grande rammarico del sottoscritto, ma ad ognuno il suo, Il Giappone mostrato in “Silence” è un Paese lugubre e inospitale, vessato dalla pioggia e immerso nel fango. In questo orizzonte di desolazione, la missione dei due gesuiti non è la conversione, ma il conforto. I cristiani giapponesi si nascondono in grotte come i primi cristiani nelle catacombe (esplicitato dalla sceneggiatura, il rimando alla persecuzione dei cristiani da parte di Roma è uno dei tanti paralleli che il film esplicita con il Nuovo Testamento). Cos’altro potrebbero, i due preti, se non cercare di dare conforto a chi ha una fede forse anche più incrollabile della loro?

Ti ho cercato nel silenzio. Di fronte a tanti soprusi, Rodrigues è assalito da mille dubbi, in un’agonia che sembra non avere fine: in una scena è prigioniero in compagnia di cristiani giapponesi, lo vediamo in preda all’angoscia, colpito dalla seraficità con cui una contadina si appresta ad affrontare la morte, nella convinzione che la attenda il Paradiso. ll gesuita, interpretato da un’impeccabile Andrew Garfield, altro non è che un uomo borioso, convinto di poter cambiare il (suo) mondo per poi diventare una vittima tra le vittime del mondo reale. Pregno d’immagini allegoriche, estetismi funzionali e – a tratti – eccessivamente verboso, Silence è una spettacolare, lenta e cruenta Via Crucis – tanto fisica quanto interiore – di un Cristo che non mette in discussione la sua fede, ma piuttosto si ritrova a dover soppesare l’importanza dell’evangelizzazione, in un contesto in cui la Parola di Dio diventa negazione stessa della misericordia e dove – passaggio più importante – il silenzio (e quindi l’interiorizzazione della fede) è forse la vera arma da usare contro chi, a torto o a ragione, vede nella Buona Novella una minaccia per la sua identità culturale.

Tutti i diritti, nessun diritto. Il pensiero, il linguaggio e le priorità dell’inquisizione non sono meno forti di quelle di Rodrigues, anzi, più passano i minuti e più il padre sembra un pazzo. Non si vede la fine del conflitto, non c’è soluzione (e qui la lunghezza e la durezza del film non sono rinunciabili). Alla fine l’incontro con Ferreira avviene, in quella che è forse la scena politicamente più importante del cinema di questo decennio devastato dai fondamentalismi e nel dibattito irrisolvibile tra la fede e lo Stato, irrompe il compromesso, cioè il mondo. Il resto è il silenzio del Padre, intorno al quale restano potenti i simboli della fede, ma non la parola.

By | 2017-09-20T16:34:42+00:00 febbraio 2nd, 2017|Sussurri e Grida|0 Comments

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