«Cara Lucia,

non ho altro mezzo per rivolgermi a te e ti scrivo una lettera che non leggerai mai. Ma è un modo per stare ancora un po’ con te».

(Lettera d’amore ad una ragazza di una volta– Enzo Biagi)

 

Sono passati sei mesi da quando te ne sei andata e stamattina, non so come, ho pensato a te.

La finestra aperta su una nuova primavera, il sole caldo sul viso e il profumo dei panni stesi ad asciugare, è lì che sei entrata. Col tuo passo lento e aggraziato, il mio disincanto rotto dalla percezione dei tuoi occhi addosso, a capire che sto facendo. Hai fatto le cose alla tua maniera e, come sempre, non mi hai lasciato che il silenzio.

Allaccio una scarpa, poi l’altra e resto immobile sul letto, con le mani aperte sulle gambe, senza battere ciglio. Mi tiro su lentamente, ancora incantato a fissare il pavimento, prima di affacciarmi a guardare la bruma che fa il sole sulle foglie bagnate, sentire l’odore del bosco nel fresco del mattino. Sono in piedi e mi strofino il viso con le mani, prima lentamente, poi sempre più forte, sulla testa, sul collo; a carezze, pizzichi, schiaffi e ancora carezze. Solo adesso mi sembra di rilassare le spalle, a distanza di giorni, settimane, per quanto ne so da sempre. Cammino fuori dalla stanza in cerca di te, mosso da un impeto sconosciuto, chiamandoti per nome, guardando nelle mensole e negli armadi, nella cenere della stufa spenta, tra le fessure della legna accatastata in giardino. Sei una presenza, ti sento, ma non sei qui. E perché adesso sto infilando la giacca di corsa? Cos’è questa inquietudine che sale? Agisco d’istinto, guidato da una volontà terza, imprigionato e insieme staccato da me, in un’ampolla senza cono d’uscita. E più batto le mani sulle pareti, più aumenta l’ardore e lo slancio del mio alter ego, che ora esce di casa, lasciandosi la porta alle spalle. Mi allontano dalla scena, sempre di più; grido, ma quella voce che un attimo prima percepivo decisa e cristallina, ora si fa sempre più fioca, lontana, sfumata, è perduta.

Cammino a passo svelto sul viale di casa, poi in salita sulla strada acciottolata. Là, dove ti sento più forte e il bianco ricomincia a vestire il paesaggio, col vento che mi fa perdere l’equilibrio e le raffiche di neve improvvise mi picchiano sulla faccia. È in questo momento, per paura di non sentire più la tua voce controvento o perdere le tue impronte sotto la neve fresca, che comincio a correre sull’altopiano, poi giù nel bosco, inghiottito dalla nebbia fitta e scura.

Il cuore che pulsa nelle gambe gonfie, il sapore del sangue in bocca, le gocce di sudore caldo lungo la schiena e sul viso: inarco la schiena e riprendo fiato, ma senza accorgermene sprofondo nel terreno, pesante. Sono qui, immobile, a soffiarmi aria calda nelle mani viola e ad asciugarmi il naso sulle maniche della giacca, piene ormai di striature bianche, cristallizzate, come tante scie di lumache. Fra le urla strazianti dei larici intorno, che ballano per me, una danza folle e irregolare. Fisso le loro mani, le unghie lunghe con cui scavano nel cielo e si sporcano d’azzurro. Il tamburo nel mio petto rallenta, respiro piano e smetto di tremare, smetto di cadere.

Torno a fissare il terreno, con le gambe affaticate e il freddo del cotone bagnato che si incolla alla schiena; non mi muovo, ogni spostamento un brivido lancinante. Faccio un lungo respiro, infine, stremato.

Dopo qualche istante passato a sentire solo il mio respiro attutito, pensieri cominciano ad affollare la mia mente e a scorrere nitidi. Penso che ho voglia di chiudere gli occhi e riaprirli col sole; ridere di me, della mia ingenuità, delle volte in cui non ce l’ho fatta, quelle in cui sono stato avventato e sconsiderato, quando non conoscevo la strada e tremando ho pensato “speriamo bene”, dopo aver convinto il mondo intero a seguirla.

Posso vedermi adesso, allungo le mani e riesco quasi a toccarmi; vorrei riuscire a interrompermi e a parlarmi sopra, ammettere di aver fatto tutto ciò che potevo, annientare la logica, le argomentazioni e la pazienza, accettare una carezza e non divincolarmi, restare abbracciato senza aspettare quand’è abbastanza, assolvermi. Ancora un respiro profondo e d’improvviso una sensazione piacevole di calore. Funziona! – penso – e apro gli occhi. Il candore della neve colpita dal sole è accecante, fatico a mettere a fuoco ciò che appena un attimo prima era inghiottito dalla nebbia. Che poi, quanto tempo c’ero rimasto lì?

E chissà tu, invece, che adesso sei davanti a me, immobile, rispettosa, a fissarmi come altre cento, mille volte.

Vorrei dirti talmente tante cose che non so da dove iniziare. Ripercorrere insieme questi anni e come ci hanno cambiati; le città, gli scatoloni, le valigie, il sonno perso, le speranze e le attese, le sconfitte – tante – e le vittorie, di più. Il sudiciume e come ce lo siamo lavati via, la paura e come le abbiamo sorriso.  

Invece no, si fa strada la consapevolezza di dovermi abbandonare all’intangibilità, questa cosa che non posso controllare e che perfino il frastuono di un sussurro, rovinerebbe. Così restiamo lì, sereni e semplici; ognuno a disegnare con gli occhi il viso dell’altro e a dirci che non c’è più dolore, che andrà tutto bene e che questo amore ci ha salvati.

By | 2018-06-19T20:13:53+00:00 giugno 18th, 2018|Esperienze|0 Comments

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