Sognava di stare distesa, a prendere il sole su quel porticciolo di Corniglia.

Aveva trovato una caletta tutta per lei, lontana dalla confusione della riviera e ci andava spesso a prendere conchiglie e sassi colorati per le aiuole. «Mi piace riportare sempre qualcosa dal mare – ripeteva ai suoi – è come quella formica che fa scorte per l’inverno». Mirko e Riccardo, i fratelli, la prendevano in giro imitandola arrampicarsi sui costoni di roccia, per afferrare un vecchio galleggiante o uno straccio di rete usurata. La mamma, intenta a scolare la pasta non sentiva, mentre il papà, sguardo serio e dedicato sul Corriere, abbassava il quotidiano quel tanto da mostrare gli occhiali sul naso e un sorriso complice verso Melissa, che lo ricambiava sempre.
Ora si godeva l’ultimo sole del giorno, passando piano la mano sulla superficie dell’acqua e facendo strani ghirigori coi capelli. Non li lasciava stare un minuto, specie dopo averli lavati col suo shampoo alla lavanda, di cui andava orgogliosa, perché dice che non ci sono derivati del petrolio e che rispetta se stessa e la natura. Ancora una volta per le risa sguaiate dei piccoli di casa.
Distratta da una sirena girò lo sguardo verso il mare e osservò una nave da crociera a una cinquantina di metri dalla costa, la seguiva con lo sguardo, mentre la scia alzava le onde, che presto sarebbero arrivate sull’arenile. Accadde in un istante, Il fragore dell’acqua sulla roccia la fece sobbalzare e gli spruzzi le arrivarono addosso spezzandole il fiato. Portava il solito abito di lino verde bottiglia, ora freddo e colloso sulla pelle. Prese fiato a più riprese, fin quando strinse le gambe e scoppiò a ridere portandosi una mano alla bocca.

Fu svegliata di soprassalto dallo schianto di una porta. Strofinò gli occhi e alzò la testa, poi si guardò intorno. Quel blu cobalto misto a smeraldo contro il quale aveva imprecato e riso un istante prima, aveva ceduto il posto al grigio pastello della stanza d’ospedale, nella quale viveva da mesi.
Fece un respiro pesante e andò alla finestra per guardare fuori, smarcando aste e tavolini. Con una mano scansò la tendina che scoprì il cielo plumbeo di una mattina di febbraio. Sembrava una giornata ventosa, ma poteva piovere da un momento all’altro.
«Lilli che succede»? – domandò un sospiro alle sue spalle.

«Niente pa’, credo che la corrente abbia fatto sbattere una porta, qui credono sempre di essere alle Hawaii, – rispose guardandolo e sorridendo. Come ti senti»?
«Mah, direi meglio, sì, proprio meglio, stamattina andrei a…»
«A pescare, sì – completò ridendo Melissa – ormai avrai svuotato gli oceani papà».
«Invece no, sai, stamattina me ne andrei a fotografare in Abruzzo, ti ricordi quel posto bello dove andavamo quand’eravate piccoli, com’è che si chiamava»?
«Forca d’Acero papà, dici quello»?
«Eh brava, quello. L’ultima volta beccammo quei cinghialetti con la mamma al seguito, i tuoi fratelli erano impazziti di gioia».
«Sì, peccato che loro, al contrario di te, non li rincorsero per scattargli delle foto – lo interruppe benevolmente – e non rischiarono di farsi caricare dalla madre, tutt’altro che consenziente».
Risero tutti e due, poi Filippo prese a tossire, Melissa diventò seria e gli versò un bicchiere d’acqua.

Ci mise un po’ per mandare giù quel mezzo bicchiere e quando ebbe finito la porta della stanza si aprì.
«Buongiorno Filippo – esclamò cerimonioso e sorridente Luca, l’infermiere di turno. Come andiamo stamattina? Fuori è una bella giornata e c’è un sole bellissimo».
Melissa fece di nuovo capolino dalla finestra e notò ancora il cielo perfettamente in tinta con la stanza e la gente in strada con sciarpe e cappotti. Quindi girò di nuovo lo sguardo sul padre, con espressione interrogativa, lui la guardava e fra i denti le disse: «non capisco se questi li confezionano già coglioni, oppure ci diventano col tempo». Risero ancora, mentre Luca toglieva la plastica dalle lenzuola pulite.
«Ok – fece Luca dopo aver sistemato la biancheria – adesso ti sposto per un minuto qui sulla barella e rifaccio il letto, ci vuole poco. Melissa mi dai una mano»?
«Io? – chiese spiazzata la ragazza – ma io veramente, non so se sono in grado, non c’è un altro infermiere»?
«Eh, cara mia – sorrise amaramente – siamo pochini e tutti a fare il giro dei pazienti. Dai, ti dico io cosa fare, vedrai che sarà una passeggiata» – concluse strizzando un occhio.
Non era la paura a frenarla, ma il fatto che da 3 mesi a questa parte Filippo era per lei solo un busto e una testa, queste manovre venivano sbrigate dagli infermieri di sala che facevano uscire tutti dalla stanza. L’unica cosa che sapeva è che il padre era arrivato a pesare 53 chili. Il pensiero di quello che avrebbe potuto vedere, sollevate le lenzuola, la terrorizzava a morte.
«Dunque, è molto semplice – sentenziò Luca – io sollevo il busto, che è più pesante, tu afferri le gambe. Ah – riprese, mentre la ragazza si tirava su le maniche della felpa – non sotto le cosce, afferra i polpacci, ma senza stringere».
Tutte queste indicazioni la fecero sudare per davvero, ma si fece forza. L’infermiere cominciò a fischiettare un motivo senza senso e in un solo gesto scoprì il letto. La ragazza, timorosa e con lo sguardo basso, prese forza e sollevò piano la testa, il padre intanto, occhi fissi su di lei, addolorato. Lo vide girarsi verso Luca digrignando i denti, nel tentativo di inveirgli contro, ma l’emozione lo colse in fallo e si girò di scatto dall’altra parte, poi ancora al centro, prima di fissare lo sguardo sul soffitto, con gli occhi gonfi di lacrime e le labbra tremanti.

«Allora ci siamo?» – chiese Luca.
Melissa mugugnò qualcosa per confermare, ma suoni non ben definiti uscirono dalla sua bocca.
«Oh – riprese – Melissa, ci s…»?
«Ha detto sì – lo interruppe bruscamente Filippo – è pronta, finiamola con questo teatrino».
Luca non capì niente, perciò fece spallucce e prese a contare:«Uno, due, e….»

Per nulla al mondo avrebbe fallito quella prova,  perciò, spinta dalla voglia di far bene, o forse dalla disperazione, Melissa prese tutta la forza che aveva dentro e tirò su.

«…eeee tre! Oh, molto bene – gongolò l’infermiere – sei stata molto molto brava. Hai visto, un gioco da ragazzi, vero»?
«S-si» – concluse la ragazza ancora terrorizzata, non più per la paura di fallire, ma per la facilità con cui aveva sollevato il padre. Pensò che ci sarebbe riuscita anche da sola e si allontanò per la vergogna, fingendo di controllare qualcosa sul cellulare.

Luca tolse in fretta le vecchie lenzuola per sostituirle con le nuove e chiamò nuovamente Melissa per rimettere Filippo sul letto.
Afferrò esattamente nello stesso punto, gli occhi di Filippo erano vitrei, non aveva mai distolto lo sguardo dal soffitto. In attesa della conta, fu distratta da qualcosa sotto le cosce del padre e solo allora comprese le raccomandazioni che le erano state fatte. Piaghe gli dilaniavano le carni. Chiuse piano gli occhi, serrandoli sempre più, sentiva il pianto salire, ma non poteva, non doveva.
Luca contò di nuovo, i numeri erano talmente lontani, come fossero provenienti da un’altra stanza, un altro mondo, forse un sogno. Sì, doveva essere tutto un sogno.

Filippo guardava fuori dalla finestra, respiro lento, occhi stanchi. Melissa sedeva sulla poltrona accanto a lui, sguardo sul pavimento, sfinita. Come se quel semplice gesto di cambiare le lenzuola avesse improvvisamente rivelato qualcosa di impronunciabile fino ad allora. Nessuno dei due osava rivolgere parola all’altro.

Poi un respiro profondo, di decisione e coraggio ruppe il silenzio:«Sicché, mi raccontavi che Riccardo sta uscendo con una ragazza, la conosci»?

«Mah, giusto di vista» – commentò svogliata Melissa.
«E che te ne pare? Insistette il padre – dai, sbottonati un po’, ti sarai pur fatta un’idea».
«Certo che mi sono fatta un’idea. È carina, sì, ma sento che non durerà..»
«Ah no? E come mai»? – chiese di nuovo.
«Uffa pa’, e che palle – esplose Melissa – tutte ‘ste domande, la conosci, che te ne pare, come mai.. Non ha senso, non durerà, stop. Le storie finiscono, l’amore finisce, come ogni altra cosa, del resto..». Su quest’ultima si alzò di scatto.

«Apro la finestra, va bene? fa un caldo, tu non senti caldo»? Cominciò ad agitarsi le mani sul viso.
Quando si girò in attesa della risposta Filippo la fissava sorridendo. Appena 20 anni ed era stata lei a togliere entrambi dall’imbarazzo di pronunciare quella parola nefasta. “Fine”.
«Vieni qui, avvicinati – le disse con voce mansueta – prendi la poltrona».
«Perché? Sto bene qui e poi ti ho detto che ho caldo».

Muoveva nervosamente il piede a terra, le mani infilate nelle maniche della felpa, le sopracciglia indurite.
«Dai, vieni qui – provò ancora Filippo – vedrai che poi ti passa».

Fece come chiedeva, trascinò la poltrona accanto al letto, ci si abbandonò incrociando le braccia, ancora stizzita.«Allora? Che c’è»?
«Niente – rispose placido il padre – volevo solo parlare con te da vicino».

Si fermò incredula, poi scosse la testa e scoppiò in una risata di rassegnazione.«Ok, hai vinto tu papà, che altro vuoi sapere su questa ragazza»?
«Ragazza? Che ragazza? Voglio solo parlare con mia figlia adesso».
Prese qualche secondo prima di riprendere, perché sapeva che da quel punto in poi non ci sarebbe stato ritorno.

«So bene ciò che hai visto prima, mentre mi rimettevate sul letto – esordì, lasciando di sasso la ragazza, che ora lo fissava con gli occhi sbarrati – è la stessa espressione che fece tua madre, quasi un mese fa e immagino che quelle dannate piaghe non fossero come sono oggi. Eppure fu costretta a sedersi e bere un sorso d’acqua, prima di scoppiare a piangere. Beh – proseguì – sappi che la paura che assale voi in questi momenti, in me è costante, perché sebbene non possa vedere ciò che succede – e dalle vostre facce direi che è un bene – posso sentire, il che è molto peggio» – le sorrise infine, comprensivo.
«Papà – s’inserì Melissa, ora piccolissima – io non volevo che…»
«Che capissi quanto mi sto aggravando? – la interruppe. Bambina mia, non ne ho bisogno, il mio corpo ha una vita sua ormai, che il cervello ha deciso di non voler più controllare. Siamo in due ad abitare qui e tutte le volte che abbiamo provato a sfrattarlo mi si è rivoltato contro. A questo punto credo che l’unica cosa rimasta da fare sia essere gentile con questo inquilino, non ti pare»?

E si aprì in un sorriso sincero e solare che riportò il buon umore.

Rimasero per qualche attimo in silenzio, sollevati per aver abbattuto quel velo di paura e pudore, e per questa ragione Filippo capì che doveva portarla fino in fondo.

«Da quanto tempo vieni qui tutti i giorni? – le chiese. A occhio e croce tre mesi, giusto? – rispose da sé – e credi che tutto questo ti faccia bene?», la ragazza era incredula.
«Che vuoi dire? Io vengo perché tu hai bisogno di me» – rispose rabbuiata.
«Cara, ascoltami bene, molto bene. Non vorrei avervi in nessun altro posto se non qui con me, ogni giorno ad ogni ora, ma questo sarebbe egoistico da parte mia, perché significherebbe annullare le vostre vite per me, che…».

«Non dirlo neanche per scherzo papà, tu guarirai – disse in un impeto – l’intervento è andato bene e le ultime analisi erano incoraggianti, hai sentito il dottore, no»?!

Il padre riprese, sordo alle ultime parole della figlia: «Tua madre è la donna più forte e tenace che abbia mai conosciuto ed io ringrazio Dio ogni giorno per avermela donata, ma verranno giorni bui ed avrà bisogno della vostra vicinanza, così come accadrà per Mirko, Riccardo e, chiaramente, anche per te. E quando verrà il momento dovrete stringervi con tutta la forza di cui siete capaci. A questo punto Melissa si era arresa al pianto, in silenzio, ma le lacrime scorrevano copiose sulle guance rosse di calore e nere di matita sciolta.

«Prima che tu nascesti tuo zio Armando usciva con una ragazza altezzosa e arrogante, la classica bambolina senza cervello. Credendo di far bene lo misi in guardia, che ti devo dire, non mi piaceva. Ma tuo zio era sordo a qualunque avvisaglia, mi accusava di presunzione per il fatto che, ormai sposato, potessi arrogarmi il diritto di giudicare, pontificare e su questo, a distanza di molti anni, non posso dargli torto. Fui avventato, litigammo e non ci parlammo per mesi».

«E poi come andò?» – chiese Melissa.

“Come andò? Tua madre restò incinta di te e per tutto il tempo della gravidanza tuo zio non venne mai a trovarci, non una telefonata, compleanni, Natale, niente, era semplicemente scomparso. Alla fine del tempo tua madre entrò in ospedale per le contrazioni, tre giorni ci mettemmo per farti nascere, non ne volevi sapere»! Risero entrambi. «E quando fu il momento – riprese Filippo – un’infermiera entro in sala parto ridendo, con tua madre in pieno travaglio, dicendo: qui fuori c’è un pazzo che dice a tutti che sta per diventare zio. Ferma la gente, abbraccia tutti. Fra un singhiozzo ed una smorfia di dolore tua madre allungò la mano verso di me e afferrando la mia disse: «Te l’avevo detto che non se lo sarebbe perso». Sorrisi sotto la mascherina e il sudore fu complice delle lacrime che scesero di felicità, felicità compiuta, la più grande che potessi provare. In seguito sarebbe venuto anche a scusarsi, ammettendo che avevo ragione su quella ragazza, era una di quelle che passava di letto in letto, come dire, un po’…»
«Troia?» – chiosò Melissa.
«Vivace, direi…» – risero di cuore tutti e due.
«Capisci ora»? – chiese il padre. 
La ragazza aveva peso il filo del discorso, ma non importava, voleva prendere tutto.

Restarono in silenzio per un po’, a riprendere fiato. A riprendersi.

Melissa disegnava col dito sulla finestra appannata di condensa, quando Luca entrò a lasciare il pranzo. Non mangiò quasi nulla, una maschera di dolore ad ogni boccone.

Passò un’altra ora, Filippo si era addormentato, mentre lei continuava a tenergli la mano, le gambe le facevano male, ma non voleva lasciarlo, lo guardava. Scrutava suo padre come non aveva mai fatto in tutta la vita, disegnava i lineamenti del viso, la fronte alta, gli zigomi dolci, la linea della barba uniforme. Che barba meravigliosa aveva Filippo. Ci pensò un crampo allo stomaco, il suo, a ricordarle che non toccava cibo dalla sera prima. Si portò una mano alla bocca maledicendolo fra i denti. Quando si voltò verso il padre, Filippo, con gli occhi ridotti a una minuscola fessura, le parlò:
«Questa è proprio fame» – accennando un sorriso.
«Ma no, credo sia la digestione, ho mangiato un panino giusto cinque minuti fa…» – mentì spudoratamente.
«Avresti dovuto prenderne un altro allora, con che cos’era quello di prima»?
«Era con… – temporeggiò troppo, poi soggiunse – salame e formaggio».
Si guardarono per un lungo momento, Filippo le sorrise sornione sollevando un sopracciglio.
«Sai che ti dico… – riprese – che ora ho fame io».
«Vuoi che chiami Luca e faccia anticipare la cena? – chiese decisa la ragazza – dovrebbe arrivare tra mezz’ora, ma sono sicura che se glielo chiedo ce la portano».
«No… piuttosto: ricordi quel viaggio ad Atene»?
Melissa rise di getto,«quale, quello in cui ti fingesti Zeus per tutto il tempo, perché da inguaribile grecista dovevi fare gli onori di casa? – riprese a ridere – certo che lo ricordo, fu bellissimo».
«E ricordi – la incalzò di nuovo – tua madre in piena astinenza da caffè»?
«Dio mio, come no… finimmo per fare sosta tutti i giorni in quello Starbucks» – rise ancora.
«Vero… ma ricordo che anche voi tre andavate pazzi per quelle ciambelle glassate di schifezze colorate, come si chiamavano»?
«Ah, i Donuts… certo, anche se a dire il vero era qualcun altro che poi se ne faceva incartare altre due per portarsele via – alluse vispa – non è così papà»?!
Filippo rise, poi cominciò a tossire. Prontamente la ragazza gli avvicinò il bicchiere alla bocca, ma lui fece segno di no.
«Scendi al bar adesso, e prendimi due di quelle ciambelle fritte» – disse alla fine.
«Seee, ma qua mica ce l’hanno, ho visto certi cornetti stamattina, che secondo me sono stati cotti il mese scorso…».
«Tu vai – concluse Filippo – e fai in fretta».
Melissa era incerta, ma andò comunque all’appendiabiti per prendere la giacca e infilò una mano nello zainetto in cerca del portafogli, ma prima che potesse trovarlo vide con la coda dell’occhio il padre fare un gesto con la mano e gli si avvicinò. Avvertiva sentimenti ambigui. 
«Che c’è pa’»?
«I soldi, ho dimenticato di darti i soldi…»
«Ma no, che soldi, ce li ho…” – disse con dolcezza.
«Sono tuo padre – scandì, aprendo gli occhi più che poteva – e baderò io a te… – riprese fiato, poi concluse – finché avrò vita…».

Si portò la mano alla blusa del pigiama, la scostò e infilò le dita all’interno, come per cercare qualcosa. All’improvviso fermò sul petto e strinse forte, la ragazza poteva vedere le ultime energie dissiparsi, tirò fuori la mano chiusa a pugno e la portò su quella della figlia, immobile accanto al letto, che complice di quel gesto e di quel sorriso, ancora una volta ricambiato, prese il cuore del padre e se lo portò prima alla testa, poi alla bocca, infine al cuore, per sempre.
«Ora vai Lilli, io mi riposo un po’» – disse chiudendo gli occhi.
«Ok pa’ – concluse la ragazza, con la voce rotta dal pianto – riposati».

Il Carnevale notturno – Marc Chagall

Melissa si liberò piano della stretta del padre per guadagnare l’uscita, posò la mano sulla maniglia fredda e aprì la porta. Uscendo lo sguardo andò sul disegno che aveva fatto sul vetro della finestra, prima di chiudersi definitivamente la porta alle spalle. Il corridoio era vuoto, le porte delle altre stanze accostate, le risa del pubblico in una trasmissione alla tv. Passò oltre, finché non arrivò sul ciglio delle scale. Dopo un respiro profondo cominciò a scendere i gradini, senza pensare, ascoltando solo il rintocco dei passi e i morsi della fame.

By | 2017-11-24T17:56:12+00:00 novembre 24th, 2017|Sussurri e Grida|0 Comments

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