«Ho sete» – ti sussurrai nella bocca e piano sciolsi l’abbraccio caldo che ci legava. Restai seduto sul letto per un attimo e un fremito m’attraversò la schiena. Mentre passavo una mano fra i capelli, la tua prese a corrermi sulla pelle, ancora calda e umida. Ti guardai e sorridevi – «ciao» – con un filo di voce appena accennato. Avevamo parlato tanto, distesi e intrecciati nei nostri corpi, ad osservare la cera consumarsi insieme alle nostre paure, carne viva su cui avevamo gettato del sale.

Mi alzai per lasciare la stanza, il passo cauto e scalzo della notte, ossequioso delle cerimonie religiose. Incantato a guardare il getto d’acqua, a contarmi le dite e a fare strane piroette, ora la cerco e la bevo con avidità, occhi chiusi, il sangue che si spegne in un lamento di piacere e nell’impeto d’euforia ci immergo tutto il viso, per lasciarlo lì a deviare il fiotto; a premere sulla fronte, a indolenzirmi le pupille, gonfiarmi le guance, come fa la roccia quando la cascata le rovina contro. Sollevo la testa di scatto e rimango qualche istante ad osservare i rivoli scendere lungo la fronte, sul naso, le gocce che si muovono allegre e industriose nel trovare una via di fuga nella barba attorcigliata, e cadere sul petto qualche istante dopo.

Fu la notte a riportarmi da te, come una voce lontana che si fa sempre più vicina, la memoria di un sentiero sicuro, un lume nella nebbia fatto di pelle e fantasia. Ho ricordi senza ossigeno di quanto accadde dopo – il cuore, dov’era finito, che rumore faceva? – se ne volò via dal petto; provò dagli occhi che lacrimarono, le orecchie sorde a qualunque sibilo, e feci appena in tempo a mendicare una mano alla bocca, che esalò un gemito sordo, prima di cedere all’affanno.

Stavi distesa a guardare in alto, una mano lungo il fianco, morbida e pacifica, con l’altra accarezzavi una ciocca di capelli, quei tuoi capelli, flutti neri sulle lenzuola bianchissime. Guadagnai un angolo di letto con cautela, per non sciupare tutto e contaminare quel santuario di mortalità. Là, immobile, con la paura perfino di chiudere le palpebre, ricordai come respirare. In quel momento, così piccolo e delicato, pensai che avevamo tanto e potevamo avere tutto.

By | 2020-03-12T09:47:55+00:00 marzo 11th, 2020|Sussurri e Grida|0 Comments

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