Dentro quello che succede

Nel viale di casa mia c’era una vecchia signora che durante l’estate ospitava i nipoti, avranno avuto sette, massimo otto anni. I figli di sua figlia, credo. Io giravo le strade in bicicletta e lei passeggiava coi nipoti, ci salutavamo sempre. Fu un giorno qualunque di luglio che incrociandomi per l’ennesima volta decise di fermarmi. E dopo il cerimoniale, a bruciapelo, mi chiese come me la cavassi a giocare a calcio balilla. Capirai, c’ero cresciuto a giocare a biliardino, perciò un attimo prima di risponderle di sì, le lanciai un’occhiata, come a dire: «quanno te pare, vecchia».

Entusiasta della mia risposta volle mostrarmi il tavolo che aveva in casa. Entrai e restai attonito: bellissimo, un vetro che ti ci potevi specchiare, stecche immacolate, palline bianco candido, l’odore del grasso sulle molle, la gomma sulle 4 gambe, lucida e intatta.

«Che te ne pare»? – mi chiese sorridendo –

Ed io «Beh signora, non posso definirmi un intenditore, ma insomma, a trovarne di questi biliardini negli oratori e nei bar dove gioco di solito».

«Bene – riprese – allora voglio assumerti per insegnare ai miei nipoti, Cecilia e Matteo, a giocare a biliardino. Ti pagherò».

Ero molto imbarazzato, del resto come avrei potuto accettare soldi per insegnare il biliardino? Tirai un lungo sospiro e risposi: «Signora, insegnerò ai ragazzi quello che so, chiaramente il resto è solo esperienza e pratica, però mi perdoni, soldi non posso accettarne» (quest’ultima affermazione è stata la rovina di tutta la mia vita).

Mi guardò con circospezione, mentre cercavo con tutte le forze di tenere il suo sguardo e non far trapelare l’imbarazzo che stavo provando. Dopo un interminabile attimo di silenzio fece: «Ok, ma questa è un’assunzione in piena regola, perciò troverò comunque il modo di retribuirti, e non accetterò altre riserve». Avevamo un accordo, il mio primo colloquio di lavoro finì lì. Cominciammo a giocare, una tragedia. Le stecche piangevano, io uguale, un turbinio di girelle, aiuti con le mani, litigi che finivano a botte. Insomma, dopo la prima settimana già volevo licenziarmi. Ma arrivò la prima paga.

La vecchia signora mi chiamò da parte e mi diede un sacchetto pieno di cioccolatini, al quale aggiunse: «So che non è stato il massimo questa settimana, ma il lavoro alla fine ti ricompensa e ti accorgerai, stranamente, che quello che ti renderà orgoglioso non sarà tanto quel che hai guadagnato, ma la consapevolezza di averlo meritato». Sulle prime non capii cosa intendesse dire, feci di sì con la testa perché credevo di doverlo fare, del resto noi persone adulte…

Per me i gianduiotti erano buoni e basta e se per averne mi bastava così poco, tanto meglio. Le cose iniziarono a girare, era la pallina adesso che faceva più rumore, le mediane cominciavano a duellare, le stecche in attacco tiravano diagonali e quelle in difesa coprivano la visuale, diciamo che s’intravedeva un po’ di gioco. In modo del tutto inaspettato cominciai a divertirmi anch’io e l’estate se ne volò via in men che non si dica. Solo dopo molto tempo mi resi conto che la signora, fuori busta, mi preparò panini, crostate, frullati, succhi di frutta, oltre al consueto compenso settimanale.

L’anno successivo replicai, fin quando, un paio di stagioni più avanti, dovetti rinunciare e con rammarico presentare le dimissioni, causa un lavoro da cameriere che avevo cominciato l’inverno precedente. La reazione della vecchia mi scosse, era disorientata, incredula, guardava a destra e a sinistra finché non chiese, con una dolcezza che non posso dimenticare:

«Ma i cioccolatini te li danno a fine settimana»? Era seria.

Sorrisi e risposi «No, ma ho la possibilità di comprarli».

«Bene – replicò seccamente – perché se il lavoro non serve a esaudire le nostre necessità, allora semplicemente non serve». Ancora una volta feci di sì con la testa, alla stessa maniera.

Niente, poi è successo che sono cresciuto: 18, 20, 25 anni, ho preso la maturità, mi sono laureato e ho sempre lavorato. E per quanto nel periodo più intenso di studio il lavoro mi pesasse – e per dirla tutta potessi anche farne a meno – continuai, perché nel tempo quelle affermazioni continuarono a maturare dentro di me, come una litania che ascolti 100 volte e ti annoia, ma alla 101esima, ormai esausto, non trovi di meglio da fare che ascoltarla, e quando ascolti sul serio, cogli i significati.

Quelle parole svilupparono i concetti, i concetti fissarono valori, quei valori determinarono la mia vita. Grazie a quell’universo rilessi la vita dei miei genitori, interpretandola e giustificando per amore tutto quello che non c’eravamo detti e tutto quello che non avevamo fatto. La stanchezza, le ciglia aggrottate, le mani sulla fronte, i pranzi in silenzio e con la testa nel piatto, le cose dette con un filo di voce, gli amici che non potevano venire a casa – che papà è stanco – gli occhi scuri fuori dalla finestra, a cercare fra le nuvole grigie qualcosa che non c’è, le grida strazianti nelle cuffie, per non sentire quelle fuori. E maturai la convinzione che navighiamo tutti lungo la costa, finché la cima invisibile che ci tiene a vista si spezza, e a quel punto andiamo per mare. Restiamo e lottiamo per rimanere a galla, perché gli abissi sono l’incognita, ci danno da mangiare e ci rinfrescano, a volte ci arricchiscono, ma preferiamo piangere alla vista del tramonto sulle pieghe delle onde, piuttosto che tentare la sorte nell’oscurità dei flutti. E chiudendo gli occhi immaginiamo il suono che fa il sole, quando a contatto con l’acqua, muore un altro giorno.

 

By | 2017-11-07T19:27:56+00:00 novembre 7th, 2017|Bushido – il Punto|0 Comments

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