«Non so cosa mi spaventa di più, il potere che ci schiaccia o la nostra infinita capacità di sopportarlo».

(Shantaram – Gregory David Roberts)

 

Una delle parole più utilizzate del terzo millennio è “cambiamento”. È in buona compagnia, ad essere sinceri, infatti quando viene pronunciata – subito dopo, o immediatamente prima – compaiono anche “volontà”, “resilienza”, “coraggio”, “successo” e molte, molte altre.

In questo post ho scelto di concentrarmi solo sul “cambiamento” perché è come le scatole cinesi: ne apri una, ce n’è un’altra più piccola, poi un’altra ancora e così via. Ecco, il cambiamento è quel nucleo invisibile e onnipresente che contiene tutte le altre definizioni. Posto che esista una condizione di malessere o benessere parziale, dovrai passare prima per le forche caudine del cambiamento e, nello specifico, la volontà di cambiare. In altre parole, devi essere disposto a cambiare se vuoi aspirare ad essere resiliente, avere successo e consolidare una mentalità vincente.

Il cambiamento è un affare tosto, con declinazioni infinite. Tempo fa ho letto un articolo molto intelligente de Il Sole 24 Ore, che lo descriveva come una “competenza”: «La difficoltà che si sperimenta nel tentativo di intraprendere un cambiamento (ad esempio smettere di fumare o iniziare una dieta ipocalorica) è forse pari solamente alla necessità che, a un certo punto, solennemente riconosciamo a quel cambiamento, per il bene nostro e di chi ci sta intorno».

Dal primo degli psicologi, all’ultimo dei motivatori (scusate, ma mental coach mi sta troppo sul culo), tutti convergono nel ritenere il cambiamento «una rinuncia o quantomeno la messa in discussione di valori, consuetudini ed esperienze, le nostre. Conoscere i paradigmi – individuali e organizzativi – è senza dubbio il primo passo per scardinarli» (ibidem).

Prima di proseguire, voglio dare un volto al nostro soggetto. Di solito, per sbrogliare matasse contorte, chiedo aiuto al dizionario. Il Garzanti, in questo caso, indica il cambiamento come modifica, trasformazione, diventare diverso.

Negli ultimi anni, però, mi sembra di assistere ad un fenomeno insolito in cui, trasformazione e modifica di sé, vengono piuttosto confusi con la volontà di identificarsi in qualcos’altro. Non modifichi te stesso, non cambi. Ti vendi, baratti tutta la tua esistenza per rincorrere ciò che affascina ed attrae di più. Mi spiego meglio.

Il mio lavoro mi ha portato a prendere parte a moltissimi corsi di formazione – e tenuti altrettanti – in cui gli allievi venivano messi – implicitamente – di fronte alle loro fragilità. Il risultato alcune volte era esilarante (per chi sapeva riderne), altre volte meno, specie quando alcuni rivivevano traumi della loro vita – con crisi di pianto annesse – in presenza di perfetti sconosciuti e persuasi che solo in quel modo l’avrebbero superati. Dall’altro, veniva proposto loro (sapientemente e in modo indiretto) un modello di vita perfetto ed encomiabile. Indovinate un po’ quale? Ma certo, quello dello sciamano rampante davanti a loro. Insomma, gira che ci rigira, il maestro di tennis c’ha sempre quel nonsoché. I ricchi, oggi, sono quelli che vendono personalità, riempiono palchi e palazzetti dispensando ricette per la felicità e miracoli.

Una botta al cerchio e una alla botte: questi messaggi fanno breccia nelle persone insicure. Si fanno ascoltare piacevolmente da tutti, ma solo alcuni – in numero crescente, va detto – finiscono nella rete di questi pescecani (le cose vanno chiamate col proprio nome). Diventandone seguaci e regalando loro tanti di quei quattrini, da mantenere i figli dei figli, dei loro figli.

Ma vuoi saperla una cosa? Non è nemmeno questo a farmi incazzare; insomma, nei limiti della legalità, ognuno può arrangiarsi a campare come vuole. È sulla credibilità che punto i piedi. Tutte le volte – ripeto – tutte, in cui mi sono avvicinato a questi maghi e fattucchiere – che dovevano indicare ad altri, tantissimi, la rotta della propria vita – mi accorgevo di incrinature capillari (occultate ad arte), piccole fratture che, appena scoperte, rivelavano esistenze distrutte. Peggiori di quelle che essi stessi dovevano “salvare”. Ed è un gran peccato, perché invece io li trovavo di gran lunga più interessanti nella lotta e nel sacrificio verso una “vita buona”, senza tacchi né cravatte, con l’addome rilassato e il trucco sfatto; a raccontarmi delle difficoltà a pagare l’affitto, concedersi un solo aperitivo alla settimana o che so, lamentare problemi di reflusso gastrico.  

Durante i miei corsi sulla Comunicazione efficace ho incontrato moltissime persone che alla fine del percorso venivano a congratularsi per come le avevo fatte sentire, per l’instabilità in cui si erano riconosciute e a chiedermi dove e quando avrebbero potuto ascoltarmi di nuovo (sì, la stessa lezione). Sarà perché l’insegnamento non è la mia attività principale, sarà perché dovevo nascere diverso, la mia risposta lascia sempre interdetti: «Organizziamo una pizza tutti insieme, voi parlate, io mangio». In quel preciso istante capivo di essere visto come Batman che decide di togliersi la maschera, per mostrare il suo volto. Un volto umano, proprio come il tuo. Voglio dire, se la sera prima di pestare qualche cattivone, Bruce Wayne si mangia una bruschetta col pomodoro, magari il giorno dopo a Batman gli puzzerà  l’alito d’aglio. Sì, anche a lui. E sì, nel condimento della bruschetta col pomodoro ci va l’aglio.

Pensaci bene: una vita si porta dietro tantissime trasformazioni, piccoli e grandi cambiamenti quotidiani; alcuni impercettibili, altri rilevanti. Sai quante volte passi a piè pari sopra milioni di questi, senza accorgertene? Affidandoti, cioè, solo alle risorse che hai a disposizione? Da dove provengono quelle capacità? Chi ce le ha messe dentro di te? Nel suo brillante saggio, “Una bella mente“, Edward De Bono – massima autorità del pensiero creativo – afferma che il nostro cervello è dotato di un formidabile potere: quello della semplicità, che non significa improvvisazione o superficialità, ma agilità con cui la mente, quando stimolata, può reagire, adattarsi, creare, costruire, autoregolarsi, passare all’azione. E ti svelo un segreto: aggratis!

Per chi ci crede – premessa importante e non scontata – la vita è miglioramento continuo, una crescita costante; possiamo differire nella velocità e nella direzione di marcia, una cosa però è certa: così come l’aeroplanino ti portava il cibo alla bocca, ma ti toccava comunque masticarlo, il ruolo di un insegnante (part. pres. di insegnare – Chi si dedica all’insegnamento, chi esercita la professione d’insegnare, Treccani) deve diluirsi nel tempo, diventare sempre più marginale.   L’educazione, del resto, altro non è che la capacità dell’educatore di accompagnare l’educando verso se stesso. Quel sé che scalpita per venir fuori.

Acquistare compulsivamente corsi sull’autostima, quindi, seguire come zombi santoni che vogliono raccontarcela sulla crescita personale e su come ottenere successo nella vita, servirà – paradossalmente – solo ad accrescere il tuo livello di insicurezza (c’è sempre un altro corso più intensivo, più avanzato – più costoso!!! – più più più… di quello che hai appena concluso), incappare in professionisti un tanto al chilo, se non addirittura impreparati e – ferita più lacerante – negarti la possibilità di germogliare, per svelare ciò che sei. Pregi e difetti, sissignore.

By | 2018-06-20T17:35:11+00:00 giugno 20th, 2018|Bushido – il Punto|0 Comments

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