Qualche tempo fa mi trovavo in Alto Adige, al lago, era una domenica d’agosto e insieme a me tantissime persone cercavano di sfuggire alla calura di un’estate per nulla torrida, ma dagli acuti spietati. Non è una cornice idilliaca per me, ogni volta mi dico che non sarà così male, ma poi finisce sempre che l’acqua stagnante, l’aria ferma e una compostezza “troppa”, che alla lunga non riesco a tollerare. I miei occhi scavano le montagne per cercare l’orizzonte, immaginando il Ponente che soffia da Ovest e spinge i miei passi sulla battigia, levando nuvole di sabbia e le risa dei pini marittimi. Invece mi distraggono le chiacchiere di una bambina seduta su un passeggino, con in braccio un bambolotto. Tre anni ad occhio e croce, parla tedesco, non la capisco, ma dal tono di voce e le movenze comprendo le intenzioni di far addormentare il “suo piccolo”.

La osservo a lungo, incantato dai voli pindarici della sua fantasia, la musicalità della voce, il trasporto del corpo che partecipa di ogni intenzione, ricordi vividi, rielaborazione; un coinvolgimento così pieno e incondizionato che finisce per agire su di lei, vittima della propria figurazione. Questo episodio, naturale e semplice – come lo sono i giochi dei bambini, semplici e molto seri – mi ha portato a riflettere proprio sulla fantasia, la creatività ed una certa teatralità. Ho cominciato a camminare scalzo sul prato, ad occhi chiusi, sentendo il solletico degli steli d’erba sotto le piante dei piedi e immaginando le piste lasciate. Poi ho aperto gli occhi e ripetuto l’esperimento, per vedere se l’esperienza, supportata da un altro senso avrebbe sortito altri o gli stessi effetti. Le api sul prato, il profilo di qualcuno che passa accanto, le mie ginocchia rovinate, ci sentivo perfino di più! Ero distratto, oppure avevo una maggiore percezione delle cose?

 

Gillo Dorfles, pittore e filosofo scomparso nel marzo di quest’anno, riteneva che l’arte fosse dappertutto, «nella scelta del colore di una cravatta – mai blu – e di un vino, solo rosso e possibilmente Cannonau». Era uno a cui interessava far accadere le cose, convinto che l’avventura intellettuale dovesse nascere e morire con l’esperienza. Come lui un altro personaggio al quale sono molto legato, Bruno Munari, padre del design italiano, pittore e scultore, pedagogo. «Non ci deve essere un’arte staccata dalla vita – diceva – cose belle da guardare e cose brutte da usare».

La mia passeggiata a Caldaro è proseguita con gli occhi sui vigneti, pensando a quanta bruttura giustifichiamo come arte e all’intelligenza sacrificata in nome di una presunta creatività.  

Non basta un filtro b/n per rendere artistica una foto, il dolore – quello vero – può essere un’arte, non l’immaturità. Non c’è nulla di edificante e creativo nella confusione mascherata da esigenza espressiva, nell’Indie che se non viene capito è colpa del pensiero di massa, nell’abbandono di sé, gli inglesismi, i giovani vecchi a 20 anni, la critica ad oltranza. Ci sono le bugie che racconti a te stesso e la pigrizia di fare una bracciata per muoverti dalla palude.

Una delle ultime volte in cui sono sceso a trovare i miei genitori ho incontrato la mamma di una mia ex fidanzata, al supermercato. Non la vedevo da molto tempo, abbiamo parlato a lungo e raccontandole cosa facessi per vivere, aveva commentato quasi sconsolata: «Beh, d’altra parte sei sempre stato un originalone». Abbiamo riso di gusto entrambi. Un originalone… 

Il mio lavoro si fonda sulla creatività. Quando ne parlo, specie nei corsi di formazione, le persone mi guardano come se raccontassi di una casa di marzapane e dolciumi scoperta nel bosco. Nei loro occhi leggo lo stupore del circo, la magia del teatro, una giustificazione al “modo strano” in cui parlo, al mio aspetto, la vivacità. Gli uomini poggiano le penne sul foglio e si mettono a braccia conserte o con le mani incrociate dietro la nuca, le donne intrecciano canestri coi capelli e tentano combinazioni torturandosi i lobi delle orecchie. Li vedo tutti allontanarsi, le loro voci diventano fioche, ovattate, come fossi un animale esotico al quale batti col dito sulla teca per farlo muovere, una sorta di reliquia.

Non c’è niente di più vero della creatività, invece. Essa è un esercizio di lettura fedele della realtà, dei fenomeni, delle persone, in cui spesso devi sfrondare, eliminare, arretrare prima di avanzare. E dove nulla è esecrabile, solo comprensibile! Ecco perché l’unico modo per attivarla, coltivarla, allenarla, è contaminarsi, fare esperienza di ogni cosa. Accarezzare l’aria, posare l’orecchio su un albero per sentire se respira, dare una seconda possibilità a quel cibo che non t’è mai piaciuto, salutare una buona volta quello con cui condividi ogni giorno attese e speranze che il treno arrivi in orario. Vivere, dare significato. Ti svelo quale sarà il mio prossimo esercizio: 

 

By | 2018-09-17T15:07:16+00:00 settembre 16th, 2018|Esperienze|2 Comments

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2 Comments

  1. Verdiana 20 settembre 2018 at 14:48 - Reply

    Ho aspettato un altro post in questi Chicchi di Grano. Ti leggo con meraviglia, ti leggo con condivisione immergendo il tremore della realtà nella sensazione di sazietà date delle emozioni nello stomaco.

    • Daniele Luongo 20 settembre 2018 at 15:08 - Reply

      Grazie Verdiana, sei oltremodo gentile!

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